Archivio del mese di Febbraio 2004


Nuova Puntata di Report, 29 Febbraio

Gentile telespettatore Le ricordiamo che Report torna in onda domenica 29 febbraio alle ore 23.20, sempre su Raitre, con la prima puntata della nuova serie di inchieste dal titolo:
“PARZIALMENTE SCREMATI”
di PAOLO MONDANI
www.report.rai.it

I risparmiatori italiani sono sul piede di guerra. Dopo i fallimenti dei titoli “Argentina”, Cirio e Parmalat chiedono di essere rimborsati dalle banche e le accusano di averli rassicurati quando invece avrebbero dovuto metterli in allarme, perché tutto il mondo degli analisti e degli esperti conosceva ormai da tempo la fragilità di quei bond. Report comincia dal basso, dai lavoratori Parmalat e Cirio che temono di perdere il posto e che si interrogano sul comportamento di uomini come Tanzi e Cragnotti. Si chiedono come è stato possibile che le banche non vedessero i falsi e i debiti. La Banca d’Italia e l’ABI replicano che non si poteva prevedere un crack come quello della Parmalat, perché i bilanci falsi hanno imbrogliato
pure i banchieri. Mentre Tanzi e Cragnotti sono in carcere, a Milano, Parma, Monza e Roma si indaga per comprendere gli intrecci della finanza creativa e sul comportamento degli istituti bancari. Report ha incontrato anche i titolari dei bond del primo dei “default”, il più pesante, quello argentino. Parmalat ha emesso bond per 8 miliardi di euro, Cirio per 1,2
miliardi ma il “buco” argentino ammonta a 25 miliardi di euro. E qui i risparmiatori chiedono conto nientemeno che al Fondo monetario internazionale, reo a loro dire di aver spinto quello stato a emettere un prestito che non avrebbe mai potuto restituire. E alle banche italiane, esattamente come per il caso Parmalat, si sommano le responsabilità delle principali banche internazionali. Una curiosità: le proprietà Parmalat sono tutte sotto sequestro? Sono state tutte perquisite?

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150 Euro per il digitale terrestre

Avevo appena finito di scrivere un articolo che parlava, tra le altre cose, anche della follia del digitale terrestre, che ricevo la notizia tramite Zeus News sul finanziamento per coprire parte delle spese per il decoder.

150 euro di rimborso, per essere precisi.

Una follia, per essere molto precisi, se si pensa che esattamente le stesse cose potrebbero essere fatte tramite parabola, che ha un costo minore rapportato al servizio.

In un momento di crisi economica, si taglia in tutto tranne che nelle cagate.

Meno ricercatori universitari, biblioteche a pagamento ed allo stesso tempo più decoder per poter vedere la chat del grande fratello.
Questa la ricetta del nostro futuro?

Probabilmente non sono fatto per questo tempo.

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I servizi su internet, oltre al web

Internet è un modello di trasmissione, anche se ormai nell’immaginario collettivo è associata ai motori di ricerca, all’email ed alle pagine web.

Pertanto, data per scontata una larghezza di banda sufficiente, l’idea di trasmettere audio, video, e quant’altro non è assurda.
Poco spesso, però, dimentichiamo che cosa ha decretato il successo di un mezzo nuovo di comunicazione. La Stampa, la Radio, la Televisione, si sono diffuse così tanto perché erano stati creati degli standard che permettevano a tutti di fruire del servizio, in maniera indipendente da un singolo fornitore. Non è una cosa banale: i caratteri, la dimensione di un libro, l’idea che un libro sia fatto in una certa maniera, la sua grande fruibilità una volta imparato a leggere, hanno decretato il suo successo come portatore di conoscenza.
E così per la Radio: nessuno obbligava ad ascoltare una radio in particolare, o ad acquistare un modello di radio specifico.
Così ora si vuole portare il video in streaming nelle case. L’idea è eccezionale, io attendo con ansia il momento in cui potrò decidere quello che voglio vedere, senza la limitazione dei 6 canali o delle fasce di orario.
Però bisogna fare in modo che ci siano i presupposti per un suo utilizzo di massa. Serve, innanzitutto, un modo standard che mi permetta di vedere nella televisione quello che ricevo, ed al contempo non mi vincoli all’acquisto di un apparecchio di un solo produttore, che tra un anno dovrò certamente cambiare.
Datemi un apparecchio che apra i divx o gli xvid, gli mp3 e gli ogg, le jpg e le png, e trasmettetemi le informazioni in maniera standard, con link e ricerche tramite browser adattati per la televisione.
Datemi la possibilità di scegliere da chi ricevere questo materiale, gratis o a pagamento, qui o là, indipendentemente dal produttore.
Allora, e solo allora, la gente si muoverà all’acquisto, come si è mossa per scaricare gli mp3.

Non è banale pensare che si voglia accedere ad una risorsa solamente quando è semplice e vantaggiosa? I film in streaming a 6 euro non muoveranno nessuno: faccio prima a scendere in strada, noleggiare il dvd, e riportarlo indietro, risparmiando un sacco di fatica ed una sporta di denaro. Il satellite si è diffuso con le schede pirata, non con il costo proibitivo dei suoi inizi. Ed ora gli abbonati sono tanti, e cresceranno ancora, anche a pagamento.

Internet si è evoluta grazie alla presenza di standard, che permettono tuttora una buona fruibilità dei contenuti. Se vogliamo espandere il range di contenuti, inserendo audiovideo, telefonate, allargando la possibilità di scelta tramite l’on-demand, allora dobbiamo attenerci a degli standard che permettano una grande diffusione ed un ampliamento del bacino degli utenti, per poi guadagnare sulle loro richieste.

Per questo l’esperimento di Telecom sarà un fallimento, come dice anche Mantellini, ma non dobbiamo arrenderci: prima o poi qualcuno farà le cose nel verso giusto, e guadagnerà un sacco di soldi.

E basta con l’idea stupida della televisione digitale terrestre. Il satellite c’è già ed offre ancora più caratteristiche, perché investire su una cosuccia così insensata? Ah, dite che i canali del satellite diano troppa scelta e rivoluzionerebbero troppo il settore, mentre il terrestre con le sue limitazioni lasci ancora abbastanza spazio al controllo?
Ops!

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Wikipedia, un’altro bene comune da sviluppare.

Questa volta parliamo di Wikipedia, un’enciclopedia che sta crescendo in maniera esponenziale a partire dalla data della sua creazione, il 2001.
L’idea di collaborare per creare una enciclopedia libera è piuttosto vecchia, ma prima della creazione del Wiki, uno strumento studiato appositamente per comporre e pubblicare gli articoli della Wikipedia, il numero degli articoli era veramente scarso.
Il Wiki permette a tutti di scrivere i propri articoli e modificare quello degli altri, e questo ha portato sia un incremento notevole del numero delle voci (nella versione inglese hanno superato i 200′000), sia all’aumento della qualità delle definizioni.
Gli articoli inseriti, infatti, sono continuamente modificati finché non raggiungono un livello che metta d’accordo tutti, e questo garantisce un’imparzialità senza precedenti.

Le enciclopedie proprietarie tremano, e perdono clienti: non possono competere con un lavoro distribuito di migliaia di utenti, né per qualità né per quantità delle voci che vengono inserite.

E con la crescita della Wikipedia inglese, aumentano le visite, e di conseguenza aumentano le voci inserite, creando un circolo virtuoso che fa crescere con un ritmo sempre maggiore il sistema. Questo inoltre spinge alla creazione di wikipedie in tutte le lingue, compreso l’italiano.

Per quanto riguarda la sezione italiana, le voci sono ancora poche (circa 6500), e invito tutti a dare il loro contributo. Il loro numero sta crescendo molto in fretta (nel Maggio del 2003 si contavano circa 1200 articoli), e si spera che continui il suo incremento a vantaggio di tutti.

Scrivere è alla portata di tutti, ora possiamo dare un contributo notevole allo sviluppo di un sistema per la condivisione della conoscenza, dimostrando che è possibile e vantaggioso per tutti.

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Una Controversa Direttiva sulla Proprietà Intellettuale

Grazie ad Andrea Glorioso, un comunicato del gruppo IP Justice è stato tradotto in italiano. Si tratta di una direttiva sulla proprietà intellettuale che sta arrivando alla sua definizione finale, e che se verrà introdotta nel modo in cui è stato annunciato, permetterà un maggiore controllo delle major nei confronti dei cittadini europei, permettendo ad esempio la perquisizione con il solo sospetto dell’uso di sistemi di peer to peer.
C’è un problema di fondo di equilibrio tra reato e pene, che si sta cercando risolvere tramite leggi che propongono una situazione di svantaggio per gli utenti finali. Chi utilizza sistemi illegali di riproduzione a scopo commerciale, infatti, in proporzione è molto più tutelato rispetto ai semplici utilizzatori dei sistemi informatici, che potrebbero venire perquisiti e perseguitati sulla base di semplici ipotesi, non comprovate da indagini, magari perpetrate da major che sono state danneggiate dalla persona in questione.

Non credo che le multinazionali del software possano permettersi di denunciare tutti coloro che non rispettino le loro licenze, ma il rischio che si possa indirizzare un sistema legale molto severo verso alcuni determinati soggetti scomodi è reale ed iniquo.

Non si possono creare leggi che non si possono controllare, il rischio è sempre quello di creare un sistema giuridico iniquo, che possa essere utilizzato come strumento di oppressione verso piccole realtà, invece di cercare di svolgere il suo compito di rendere i diritti degli uomini uguali per tutti.

IP Justice Media Release ~ 23 Febbraio 2004

Contatti: Robin D. Gross, Direttore Esecutivo IP Justice
+1 415-553-6261 robin@ipjustice.org

Una Controversa Legge sulla Proprietà Intellettuale

Oggi e domani (23-24 febbraio 2004) la controversa Direttiva dell’Unione Europea per l’Imposizione dei Diritti di proprietà Intellettuale (”European Union Directive for the Enforcement of Intellectual Property Rights”, IPRED) giungerà alle fasi conclusive di dibattito all’interno del Comitato per gli Affari Legali dell’EU (JURI). Nonostante sia stata criticata da gruppi per le libertà civili, da scienziati e da settori dell’industria per il modo estremamente rigido in cui i consumatori vengono trattati dalla direttiva, quest’ultima ha viaggiato all’interno del processo legislativo europeo con una velocità mai vista prima e minaccia di diventare legge dell’UE entro il prossimo mese.

Lo scopo originario della direttiva era l’armonizzazione delle legislazioni che i vari Stati Membri adoperano contro le
falsificazioni commerciali su larga scala. Ma degli accordi di corridoio hanno allargato lo spettro della direttiva fino ad includere qualsiasi violazione - incluse quelle minori, non intenzionali e non a scopo commerciale come nel caso degli utenti di sistemi P2P.

La direttiva crea dei nuovi e potenti strumenti per l’applicazione delle norme relative, strumenti che verranno usati contro il consumatore europeo medio che abbia commesso delle violazioni incidentali e non a scopo commerciale. Per esempio, i dirigenti dell’industria discografica potranno effettuare perquisizioni e sequestri nelle case degli utenti di sistemi P2P e bloccare conti bancari in base al semplice sospetto.

Questa direttiva non causerebbe alcun problema alla maggior parte dei consumatori se essa utilizzasse le proprie “armi nucleari” contro i grandi falsari. Ma la mancanza di proporzionalità nei confronti dei consumatori e delle violazioni a scopo non commerciale crea un grosso problema.

“Il Digital Millenium Copyright Act (DMCA) ha creato simili poteri extragiudiziari e tali poteri hanno permesso all’industria discografica di spaventare ed estorcere denaro a migliaia di consumatori statunitensi che utilizzavano sistemi P2P per scambiarsi brani musicali” - ha detto Robin Gross, avvocato e Direttore Esecutivo di IP Justice, un’organizzazione internazionale per le libertà civili che promuove una legislazione equilibrata in materia di proprietà intellettuale - “L’ampiezza esagerata della direttiva permetterà all’industria discografica di violare i diritti di milioni di consumatori europei per delle violazioni minori”.

Lo scorso autunno una coalizione internazionale di 50 gruppi per le libertà civili hanno inviato una lettera al Comitato per gli Affari legali dell’EU (JURI) invitando quest’ultimo a respingere la proposta di direttiva a causa del danno che che essa avrebbe creato alle libertà civili, alla concorrenza e all’innovazione. La lettera della Campagna per un Ambiente Digitale Aperto (”Campaign for an Open Digital Environment”, CODE) stata tradotta in 9 lingue.

Particolarmente problematico il fatto che questa direttiva ha attraversato l’intero processo legislativo a rotta di collo. Il
Proponente della direttiva (che anche la moglie del CEO di Vivendi), la Sig.ra Janelly Fortou, ha utilizzato il “Fast Reading”, una procedura usata raramente per direttive non controverse in cui vi sia inoltre un accordo unanime sull’oggetto di discussione. Bisognerebbe far sì che questa direttiva, enormemente controversa, sia sottoposta ad una seconda lettura dove le sue disposizioni possano essere adeguatamente dibattute dal pubblico e dal legislatore prima di venire imposte in tutta Europa.

Il software libero è un’occasione per il no-profit

Il software libero è un’opportunità. Sono in molti a credere in questa affermazione.
www.nosi.net, La Nonprofit Open Source Iniziative, ora dice che il software libero è un’opportunità particolarmente interessante per le associazioni no-profit, pubblicando un documento-manuale per l’utilizzo di questo tipo di programmi nelle organizzazioni senza scopo di lucro.

Tra i vantaggi citati sul sito, particolarmente interessanti per le noprofit sono la possibilità di condividere le esperienze, il basso costo di acquisizione, la mancanza di legami con aziende produttrici ed il basso costo necessario per lo sviluppo open source.

Anche se credo non sia necessario creare iniziative per ogni campo di applicazione del software libero, ritengo utile ogni pubblicazione di casi d’uso ed esempi di successo nei vari ambiti dove viene adottato l’OS con profitto.

Per questo motivo spero che il documento venga presto tradotto in italiano, per permettere anche alle nostre no-profit di trarne beneficio.

Lettera aperta al Ministro per l’Innovazione e le Tecnologie

L’Associazione Assoli ha scritto una lettera aperta al Minostro per l’Innovazione e le Tecnologie, per chiedere di ritornare al testo originario della direttiva chiamata “Sviluppo ed utilizzazione deiprogrammi informatici da parte delle pubbliche amministrazioni”.

Il testo originario ha subito diverse modifiche, eliminando il consiglio precedentemente inserito di utilizzare software con sorgente disponibile nelle pubbliche amministrazioni, per facilitare il riuso e lo scambio di codice tra realtà diverse.
Quando una pubblica amministrazione realizza un bando per lo sviluppo di software specifici su commissione, non c’è nessun vincolo per le ditte proponenti che le obblighi a fornire il codice sorgente del lavoro. Questo, di fatto, impedisce all’acquirente (che in questo caso è pubblico), di rimanere indipendente dal fornitore della prima versione del software, oppure di apportare modifiche senza acquistare tutto da zero.

Il testo originario della direttiva, tra le altre cose, poneva accento su questa importante questione, consigliando alle pubbliche amministrazioni di privilegiare il software a sorgente aperta per le realizzazioni di programmi ex-novo, oppure di inserire clausole nei contratti che permettessero di ottenere il sorgente in caso di fallimento o chiusura della ditta produttrice (evento purtroppo abbastanza frequente per le piccole aziende di informatica).

Il testo modificato, invece, è molto meno preciso e non contiene questi consigli, probabilmente a causa di pressioni che sono state fatte per evitare un passaggio troppo marcato al software libero nei bandi di commissione del software per le PA.

Concordo pienamente con la richiesta fatta da Assoli, che si dimostra ancora una volta molto attenta ai problemi anche politici che ostacolano o non-favoriscono l’adozione di questo tipo particolare di software.

Credo, e vorrei che non ci fosse così tanto bisogno di ripeterlo, che tutti gli strumenti che sono realizzati con soldi pubblici e che hanno costi di replicazione nulli (come il software o strumenti di formazione, incluso cioè tutto quello che sia possibile trasmettere tramite reti informatiche) debbano essere rilasciati con licenze che ne permettano il riuso.

Riutilizzare software significa non pagare 1000 volte la realizzazione di strumenti simili, ma farne uno che copra le 1000 esigenze e pagare per le personalizzazioni necessarie, i miglioramenti e tutto ciò che permette un incremento del valore che il prodotto porta alla pubblica amministrazione.
Fare un software ed usarlo 1000 volte per altrettante amministrazioni significa migliorare la sua qualità e risparmiare denaro che possa essere investito altrove.

Il discorso è diverso per tutto quello che necessita una produzione fisica: una sedia non può essere replicata a costo zero, ad esempio.
Utilizzare gli stessi criteri per prodotti totalmente differenti non ha alcun senso.

Se le grandi aziende utilizzano sensati criteri di riuso, non vedo perché non dovrebbe farlo anche lo Stato.

L’unica differenza, in questo caso, è che i soldi che si spendono sono i nostri.

Il codice sorgente diventa un furto

I telegiornali hanno dato notizia del furto del codice sorgente di Windows. Alcuni sono arrivati a dire che l’attacco è stato “perpetrato da alcuni hacker o da sostenitori della liberta’ del software”, come recitava il titolo del TG5 del 14, oppure all’interno dello stesso servizio: “[il furto] effettuato da hacker o da sostenitori di software libero, come Linux”.
Sembra che questa notizia provenga da un articolo di Paolo Ottolina del corsera.
La mossa di Microsoft è chiara: il sorgente era stato già diffuso in diversi stati per il programma “Shared Source”, un’iniziativa che aveva avuto lo scopo di creare confusione sul software “Open Source”.
Chi lo avesse voluto, lo avrebbe ottenuto facilmente, ma non è questo il punto. Il programma Shared Source non prevedeva l’utilizzo del codice sorgente, che è la chiave principale del poterlo vedere e modificare sulla quale si basa il software Open Source.
In un momento delicato, in cui si scoprono grossi bug del codice di Windows, si diffondono nuovi worm e virus che stanno causando grossi problemi, la strategia di Redmond è di dare la colpa a qualcuno che ha rubato il codice, minandone la sicurezza.

Ho qualche segnalazione da fare, per cercare di fare un minimo di chiarezza su una questione che può diventare un FUD.

La distribuzione del codice sorgente rischia di minare la sicurezza di Windows. Questo è falso. E’ stato dimostrato che la sicurezza “by obscurity” di un problema, ottenuta tramite la non diffusione delle informazioni, non è affidabile. E’ vero l’esatto contrario: se di un sistema che abbia interesse le informazioni sono disponibili, il numero maggiore di occhi puntati sul metodo lo renderà più sicuro. Come i crash test rendono più sicure le auto. Microsoft vuole farci credere che non sia necessario fare dei test pubblici, ma che i cittadini possano fidarsi di quelli interni dell’azienda, che guardacaso lucra proprio sui continui aggiornamenti del suo software. Il testing, diceva Dijkstra, può dimostrare un problema del codice ma non la sua correttezza. Quindi più intensa è questa attività, maggiore è la sicurezza che l’oggetto del testing funziona.

Il furto è stato commesso dalla comunità dei sostenitori del software libero, dicono alcuni articoli alquanto ignoranti. Non è assolutamente vero che i sostenitori del software libero considerino fondamentale la liberazione del codice di windows. Chi usa linux, in particolare, crede che il suo sia un sistema migliore e non utilizzerebbe mai quello di Microsoft. In realtà chi sostiene il software libero è sempre in prima fila a difendere il controllo delle licenze e dello stato di legalità del software utilizzato. Chi ha inventato la licenza GPL ed ha contribuito allo sviluppo di software libero probabilmente poteva copiare il software di altri, ma ha fatto la scelta opposta di cercare di liberarsene, creando da zero quello che gli serviva.

E’ proprio questo il punto cruciale che deve essere spiegato alla gente. Io uso Linux perché credo sia immorale ed ingiusto che si copi software che l’autore ha deciso di non lasciare libero di essere copiato. Credo inoltre di avere un sistema migliore di Windows 2000, e non utilizzerei il loro sorgente né per fare virus, né per creare pezzi mancanti del mio sistema.

Probabilmente a Microsoft proprio non và giù il fatto che si possa fare a meno di loro, e cercano di fare entrare nella testa delle persone che tutti vorrebbero Windows, ma qualcuno non se lo può permettere.

Che lo diffondano, che lo lascino copiare (strategia vincente che li ha messi in posizione dominante, senza la quale non sarebbero nessuno, ora), che si lamentino che qualcuno li copia , non mi importa.

Ma almeno i giornali capiscano che software libero non significa liberazione e copia di quello che c’è, ma creazione di qualcosa di nuovo e spesso migliore.

Enkeywebsite

In questi giorni la Guardia di Finanza ha chiuso il portale italiano http://www.enkeywebsite.net/, che veniva utilizzato per postare link diretti a file distribuiti tramite la rete edonkey - emule.
Il fatto crea un precedente: quel portale, infatti, non conteneva nessun file incriminato, ma solo le informazioni per reperire materiale illegale. Non era mai accaduto, che io sappia, che la Guardia di Finanza ponesse sotto sequestro portali che non contenevano file illeciti, e questo rimette in discussione il ruolo degli utilizzatori del peer to peer e di chi diffonde solamente informazioni.

C’è da dire che il portale ospitava anche persone che creavano i file in questione, anche se poi venivano distribuiti tramite p2p e non tramite un download diretto. Questo, in parte, può spiegare il movimento che ha portato alla chiusura del sito.

Un cellulare che dia meno fastidio possibile

Ho scoperto che esiste un valore che permette di classificare i cellulari in base alle emissioni recepite dall’utilizzatore: il SAR. Significa “Tasso di assorbimento specifico”, ed esiste un limite da rispettare per vendere un modello di cellulare nel vecchio continente: 2 watt per chilogrammo.
Danni al cervello dei cellulari

Sul sito della nokia i cellulari certificati con controllo del SAR (quasi tutti), hanno un pdf che è possibile consultare per sapere qual’è il valore massimo per quel modello.
Non ho ancora trovato una pagina che elenchi tutti i modelli più venduti, ma in una pagina di Kataweb è possibile vedere i valori di qualcuno tra i più diffusi.

Scopro, così, che il 3100 della Nokia (circa 150 euro), ha un valore di circa 0.70, mentre il 2100 (circa 90€) ha 0.50, come il Siemens C55 (circa 90€), contro i più pesanti 0,91 del più diffuso 3310.
Questo significa, quindi, che le radiazioni che vengono assorbite da un utente di 3310 sono esattamente il doppio di quelle di un utente di 2100 o C55, a parità di utilizzo dell’apparecchio.

Non sappiamo, ancora, se i cellulari diano fastidio e provochino danni al cervello (anche se alcuni studi sembrano confermare danni ai cervelli dei ragazzi in età dello sviluppo), ma se qualcosa di quelle onde fa male, allora prenderne la metà mi pare un vantaggio considerevole, anche alla luce del costo minore che alcuni modelli meno radioattivi hanno in listino.

Così mi viene da pensare che sia più facile produrre un modello di base che abbia poche radiazioni, piuttosto che soddisfare gli stessi livelli di Tasso di assorbimento specifico in modelli che hanno un sacco di funzioni, a causa dei maggiori vincoli progettuali ai quali i progettisti sono imposti.

Per la cronaca, il modello con meno radiazioni in assoluto è il Siemens A55: SAR 0,45, 79 euro. La fascia più bassa di prezzo.

Meglio una fotocamera o un cervello?

SpronaCoop - La Coop arretra in trasparenza

Fino al 2002 sulla confezione di ogni prodotto COOP era riportato il nome della ditta che lo aveva fabbricato, indicando nome, cognome e indirizzo. Oggi invece è indicato soltanto l’indirizzo dello stabilimento, senza dichiarare il nome del produttore.

Quindi Peacelink ha dato il via ad un’iniziativa per convincere la Coop a tornare indietro, ripristinando quella trasparenza che l’ha sempre caratterizzata.

Ricordo che spesso i prodotti con il marchio del supermercato sono gli stessi che hanno marche più note e che sono pubblicizzate. Per accorgersi di questo bastava guardare il produttore: è noioso pagare lo stesso prodotto due cifre differenti a causa del marchio.

Ma non è solo questione di prezzo. Inserire il produttore e le notizie su quello che si vende è una buona abitudine che serve a rendere più tranquilli i consumatori che vogliono controllare quello che mangiano. La provenienza, i contenuti, chi sta dietro ad un oggetto, credo siano notizie che la gente possa sapere.

Se si ritiene che sia meglio nasconderle allora si aggiunge un motivo in più a coloro che vogliono sapere.

Le auto più economiche

Riprendo il discorso iniziato mesi fa, quando parlavamo di come scegliere un’auto in base al costo che portano negli anni.
E’ inutile girarci intorno, spesso l’auto si sceglie in base a queste due caratteristiche:
- estetica
- costo iniziale

Invece è consigliabile guardare anche al costo per percorrenza chilometrica: se usiamo un auto per 10000 kilometri l’anno, le scelte saranno diverse da quelle di un rappresentante che di km ne fa 100′000.
Per questo motivo potrebbe essere vantaggioso scegliere una automobile che consumi poco ed abbia anche costi bassi di manutenzione.
Auto Ecologiche
In aiuto viene quattroruote, ma immagino esistano anche altri siti che offrono le stesse informazioni.

Come abbiamo già detto
, questo portale offre una classifica delle auto ordinate per consumi.

Oltre a questo, consiglio di guardare il costo chilometrico, che trovate nella scheda dell’auto, sotto la sezione “Prezzi e costi”. Questi contengono le spese di riparazione, il bollo, e tutte le spese che concorrono alla creazione del prezzo finale pagato per il servizio “auto”.

Quelli della Toyota Yaris 1.4 tdi D-4D 3p, ad esempio, sono questi:
Per una percorrenza di 45.000 km in tre anni 0,32 euro
Per una percorrenza di 90.000 km in tre anni 0,21 euro

Mentre di un’Audi A2 1.2 TDI sono:

Per una percorrenza di 45.000 km in tre anni 0,45 euro
Per una percorrenza di 90.000 km in tre anni 0,28 euro

E di una Punto 1.2 3p. Actual (benzina):
Per una percorrenza di 45.000 km in tre anni 0,30 euro
Per una percorrenza di 90.000 km in tre anni 0,21 euro

Questo per dire che nei primi 3 anni non c’è molta differenza di risparmio tra una piccola utilitaria a benzina ed una piccola utilitaria Diesel. Sebbene queste ultime consumino meno, hanno un costo iniziale più alto, che non sempre viene riguadagnato con un risparmio successivo all’acquisto.

Detto questo, credo che sia importante scegliere secondo coscienza, pensando ad un’uso dell’auto che superi i 3 anni. Se di fatto è utile guardare a questa spesa, non possiamo dimenticarci di considerare che molto probabilmente (ce lo auguriamo) la nostra auto rimarrà in casa per più di 3 anni, e che il maggior costo d’acquisto potrebbe valere il gioco una volta considerate le spese di molti più chilometri.

Oltre a questo, invito a considerare anche la politica della casa produttrice: alcune di queste, infatti, stanno cercando di fare innovazione e creare auto sempre meno inquinanti, oppure alternative al motore a benzina.
La Toyota, per esempio, è l’unica ad avere in commercio un modello con due motori: uno elettrico ed uno a scoppio. Se non possiamo permetterci i soldi per la Prius ( 2), possiamo scegliere di acquistare una Toyota per incentivare la ricerca verso questa strada. Farfalla

Anche la Fiat promuove, anche se un pò più di nascosto, iniziative ecologiche: Producendo auto a Metano, si ridurrebbe l’inquinamento da subito, senza aspettare l’arrivo dell’idrogeno.
Inoltre il metano riduce il costo per 100 chilometri di una Punto da 8 euro a 3.
I nostri pieni di serbatoio in questo modo non svuoterebbero completamente le nostre tasche.

Se molte più persone mandassero segnali di questo tipo, costringeremmo le case produttrici a muoversi verso queste direzioni, perché il nostro acquisto è come un voto dato alla politica aziendale di chi ci vende il prodotto.

Tante informazioni, ma poche opportunità di immagazzinarle

Spesso in questo spazio parliamo molto di come le nuove tecnologie permettano (o permetterebbero, se fossero ben sfruttate) una diffusione della conoscenza senza precedenti nella storia dell’uomo. Quello che mi fa più riflettere, però, è la difficoltà con la quale l’informazione sta circolando. Questo secondo il mio modestissimo parere è dovuto a diversi fattori, che possono giocare un ruolo importante nell’impedire o rendere più difficile quell’aumento di conoscenza che i nuovi mezzi dovrebbero portare.
Punto primo. Troppe informazioni riducono la possibilità di estrarre dati interessanti. Questo lo sanno tutti gli analisti e strateghi d’impresa, ma non è del tutto scontato.
Se l’informazione viene venduta, scambiata, commercializzata e spezzettata per essere appetibile, quindi moltiplicata fino all’estremo, allora la difficoltà di trarre insegnamenti da questa si amplifica.
Punto secondo. L’informazione dura troppo poco. Il moltiplicarsi delle informazioni disponibili riduce il tempo di vita delle singole idee. Le notizie non rimangono sulla bocca di tutti per mesi, non ristagnano nei pensieri della gente, cosa che le renderebbe eterne, o almeno un pò più longeve.
Punto terzo. Dovendo cogliere il numero maggiore di informazioni possibili, la gente accumula senza assimilare, sente senza ascoltare, scrive senza pensare oppure studia senza imparare. E questo, secondo me, è il male peggiore di tutti. L’attenzione è sempre rivolta verso una presunta novità, e la mente non riesce ad immagazzinare tutto, sostituendo giorno per giorno i nostri “dati” con i successivi, senza mai buttare cemento su qualcosa.

La noia, il riposo, i tempi lunghi servono a rendere giustizia alle idee, riordinare i pensieri e le informazioni che riceviamo, e se non troviamo strade per facilitare l’immagazzinamento delle informazioni nel cervello (tramite strumenti di apprendimento più evoluti di quelli attuali), rischiamo di basare la nostra società sulla memoria volatile.

In tutto questo, credo che anche i blog abbiano un duplice ruolo. Da un lato, possono servire alle persone a mettere ordine alle cose che ritengono più importanti, memorizzarle su uno strumento che permette in un primo tempo di fermarsi per scrivere, e quindi memorizzare meglio, ed in un secondo tempo di fare ricerche su quello che si è pensato.

Inoltre credo che l’informazione strutturata e connessa verso la quale i blog ci stanno portando, potrebbe veramente rivoluzionare il modo di concepire lo scambio di informazioni, tramite una lettura più accurata e l’eco prodotto dai dati che le persone ritengono più importanti.

Mantenendo sempre un certo metodo, distaccandosi possibilmente dalla frenesia del feed e dei mille blog da visitare quotidianamente, della navigazione ultraveloce e della lettura istantanea: aumentare le informazioni ricevute non significa aumentare la conoscenza o la sua qualità

Probabilmente col tempo scopriremo che è vero il contrario.

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Clima: facciamo una rivoluzione energetica

Prima che torni l’estate, quando tutti si ricordano dei problemi energetici, conviene discuterne per trovare una soluzione.
E’ sempre facile dire “apriamo nuove centrali” oppure “chiudiamo quelle vecchie”, e a volte anche le proteste contro le centrali nuove che vengono progettate non sono molto ecologiste.
C’è chi ritiene, infatti, che un maggior numero di centrali di piccole dimensioni permetta una maggiore razionalizzazione delle risorse ed una maggiore produttività di energia a parità di materiali primi.
Ovviamente, non è nemmeno il caso di dirlo, bisogna guardare con un occhio a progetti di vasta scala, come possono essere l’introduzione di nuove direttive europee sulla gestione dell’energia, sia al caso particolare, perché non sempre si possono devastare i territori per creare centrali che non servono.

Il WWF Italia, sezione Lombarda, pubblica un documento che cerca di sensibilizzarci sulla gestione dell’energia, piuttosto che sulla quantità.
Il rendimento delle nostre centrali termiche è ridotto rispetto alle possibilità, ma anche il cittadino potrebbe fare molto con una gestione sensata delle caldaie e dell’illuminazione.
Quasi sempre uno studio del rendimento dei nostri impianti di riscaldamento e di illuminazione porta ad un notevole risparmio economico, oltre alla questione etica di ridurre l’impatto ambientale.

E proprio su questo, secondo me, bisogna cercare di fare leva. Se si riescono ad informare i cittadini che stanno lavorando delle ore al mese per pagare un certo tipo di lampadina piuttosto che un’altro, che permetterebbe un risparmio a parità di servizio, allora probabilmente anche questa soluzione diventerebbe di massa.

Forse in primis il settore dei servizi pubblici e le aziende medio-grosse dovrebbero pensare a risparmiare sui costi relativi all’energia, sfruttando figure professionali adatte, oppure affidandosi ad aziende che lucrino sul risparmio energetico.
Si può fare: se io ti faccio risparmiare 10′000 euro l’anno, e ti chiedo di pagare il mio servizio 5′000 euro, allora ci guadagnamo entrambi, oltre all’ambiente.
Siccome questo tipo di soluzioni richiede un investimento iniziale che si ammortizza in un certo periodo, e poi mostra i suoi frutti, alle spalle di aziende sul risparmio energetico potrebbero investire istituti bancari o fondi etici.

In questo modo di creano nuovi posti di lavoro e figure professionali, e si incentiverebbe un tipo di sviluppo ecologicamente sostenibile.

E’ nata la prima tv cattolica online

Un articolo de
La Stampa Web annuncia la nascita della prima televisione cattolica italiana su web,
Inizio Trasmissioni PapaBoys
Mentre il ministro Gasparri prova a farci credere che il digitale terrestre sia l’innovazione, qualcuno che ci crede sta ricevendo il giusto consenso, soprattutto se consideriamo l’innovatività e la mancanza di abitudine nel cittadino, che mal si adatta a pensare al web come uno strumento di informazione a 360 gradi.
Eppure tutto quello che può passare al digitale può essere trasmesso anche su internet, a patto di avere una connessione adeguata.

Forse gli sforzi dovrebbero puntare di più in questo senso: cercare di spostare la connessione dei cittadini da 56k canonici ad almeno una ADSL.

Ma non c’è nessun guadagno sul fatto che il cittadino possa scegliere cosa guardare.
Meglio dargli l’illusione di una decina di canali in più, che dia il contentino a chi freme per l’innovazione.

Forza, allora, ai Papaboys, che sono tra i primi a credere che questo sia possibile:
http://www.papaboys.tv/.

Sperando che questa buona notizia sia seguita da altre sperimentazioni.